2013年2月3日星期日
IL RICORDO Agnelli interprete del Novecento rimosso Quella certa idea di Italia sabauda che seppe interpretare
il Novecento fino alla Seconda repubblica A dieci anni dalla scomparsa di Gianni Agnelli, avvenuta il 24 gennaio 2003, il Corriere ricorda la figura e l'opera dell'Avvocato. (f. de b.) Il passato prossimo �� un tempo ormai scomparso. Caduto in disuso. In una societ�� cos�� aggrappata al presente, la storia si impossessa pi�� rapidamente della cronaca appena vissuta. La divora. Ed �� come se personaggi e avvenimenti venissero risucchiati inesorabilmente nelle viscere dei secoli. Sono trascorsi gi�� dieci anni dalla morte di Giovanni Agnelli. In realt�� molti di pi��. Un'epoca. Potremmo dire parlando dell'Avvocato: ?Sembrava ieri...?. Ma sarebbe una bugia pietosa, un'inutile cortesia post mortem . Personaggi che hanno riempito fino all'inverosimile l'allora nostro presente, dei quali mai avremmo pensato di poter fare a meno, sono scomparsi dall'orizzonte quotidiano dei loro posteri con una velocit�� insospettabile. Non ci sentiamo orfani nemmeno per un attimo e di nessuno. Immersi in un presente liquido, sovrabbondante di miti e mode, coltiviamo una memoria elettrica assai labile, che rimuove in fretta nomi e fatti con la stessa velocit�� con la quale si passa da uno strumento multimediale all'altro. La nostra incapacit�� di outlet moncler concentrarci �� pari alla crescente tendenza all’oblio della quale siamo vittime. Non sono passati soltanto dieci anni, quindi. L’immagine di elegante e distaccato potere dell’Avvocato, il capitalista pi�� ammirato di un Paese che non ama l’impresa e invidia i ricchi detestandoli, appartiene a pieno titolo alla storia del Novecento, il secolo che lo vide irresistibile interprete. La sua eredit�� moncler outlet �� custodita e valorizzata con affetto e riconoscenza dai nipoti, in particolare John Elkann. Un’opera costante e silenziosa. Eppure insufficiente, perch�� al monarca riconosciuto in un Paese che ha cacciato il Re e disprezza l’autorit��, �� stato riservato il trattamento tipico delle corti rinascimentali. Osannato e incensato in vita, al di l�� del necessario; criticato e maltrattato, con abbondanza ingiustificata di eccessi, dopo la sua scomparsa. Agnelli �� stato un protagonista straordinario del suo tempo, una personalit�� eccentrica, anche nei suoi modi d’essere, un’icona affascinante e irresistibile nell’esibizione annoiata dei suoi difetti, non pochi, ma �� difficile spiegare perch�� sia stato abbandonato in tutta fretta sul marciapiede della storia. Anche dai molti che ne hanno beneficiato dell’amicizia. E non solo di quella. L’Italia �� terra di slanci generosi e di inspiegabili amnesie. Il libro di Stefania Tamburello tenta di colmare questa lacuna. La letteratura sul suo conto, al limite dell’agiografia, �� stata sterminata in vita, assai rara dopo la morte. La muta dei cronisti attenti a decifrare ogni sua parola, ogni suo gesto, anche il pi�� piccolo e insignificante, non ha passato la mano agli storici. O questi ultimi l’hanno semplicemente ignorata. Non c’�� stata finora una grande biografia degna di questo nome, salvo qualche scritto di storici di corte, n�� un tentativo scientifico di inscrivere la sua complessa, ma assai pi�� ricca di quanto non si pensi, figura di imprenditore e ambasciatore del ?made in Italy?, nel quadro degli avvenimenti economici e politici del lungo Dopoguerra italiano. Sono apparse ricostruzioni assai parziali e inutilmente velenose sulle vicende familiari, causate anche dal processo sull’eredit�� intentato sciaguratamente dalla figlia Margherita. ? rimasta una vasta aneddotica, quella s��, alimentata dai testimoni ma quasi esclusivamente a loro personale consumo. ?Ricordo quel giorno in cui l’Avvocato mi ha chiamato all’alba?, e via di seguito. Quando �� mancato, in quel freddo gennaio torinese di dieci anni fa, la crisi della Fiat era gi�� evidente. Ma non aveva ancora assunto i toni drammatici dei mesi successivi con quel succedersi affannoso di amministratori delegati sotto la presidenza del fratello Umberto che sarebbe morto il 27 maggio dell’anno successivo. La Fiat si �� ripresa negli ultimi anni, anche se non del tutto, grazie all’opera di Marchionne, alla transizione di Montezemolo e alla tenacia dell’erede scelto, il nipote Elkann che oggi guarda al nonno nello stesso modo con il quale l’Avvocato si ispirava all’esempio del suo di nonno, il senatore Agnelli. La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia Ma la Fiat di oggi �� molto diversa da quella lasciata dall’Avvocato che ne prese le redini, da Valletta, nel 1966 quando aveva gi�� 45 anni. Marchionne non ha mai conosciuto Agnelli. Non �� azzardato affermare che i due si sarebbero piaciuti. E molto. La storia del figlio dell’emigrante abruzzese in Canada arrivato al vertice mondiale dell’industria dell’auto e ritenuto dal presidente degli Stati Uniti un salvatore della patria avrebbe affascinato l’Avvocato, la cui curiosit�� assai femminile era incontenibile. Chiss�� quante domande! Poi immaginiamo che avrebbe detto, con il suo impareggiabile sense of humor al limite della perfidia, che una conversazione con Jacqueline Kennedy a Ravello era assai pi�� intrigante di una visita con Obama a uno stabilimento del Michigan. Ma �� certo che con l’Avvocato al vertice, Marchionne avrebbe tenuto giacca e cravatta e non si sarebbe mai spinto a fare molte delle sue ormai celebri provocazioni. La Fiat non avrebbe mai lasciato la Confindustria. Ma l’affare Chrysler forse, e sarebbe stato un peccato, non si sarebbe mai fatto. Sergio Romano in un suo scritto riport�� una battuta ai tempi dell’accordo con General Motors. La politica dell’Avvocato era quella dei Duchi di Savoia: troppo piccoli per fare a meno di un potente alleato, ma troppo ambiziosi per accettare alleanze permanenti. Agnelli era un uomo della Prima Repubblica, con una spiccata tendenza ecumenica e una vanit�� che lo teneva lontano dai conflitti pi�� aspri e dalle contrapposizioni pi�� dure — quella parte era svolta con risolutezza da Cesare Romiti —; voleva piacere, sedurre ed era terribilmente indispettito dal fatto che un parvenu come Berlusconi avesse qualit�� di comunicatore e di affabulatore superiori alle sue. Detestava il conflitto, cercava il consenso, esprimeva fastidio per la normalit��. La prevedibilit�� lo irritava. L’imprevisto e il sottile senso del proibito ne accendevano all’improvviso l’entusiasmo, tanto immediato e giovanile quanto breve ed effimero. Ma non perdeva mai il senso di responsabilit�� per il suo ruolo di imprenditore e di rappresentante della migliore italianit�� in giro per il mondo. Questo �� il punto, qui sta tutta l’essenza del profilo storico del personaggio, che va oltre l’immagine stereotipata da lui stesso incoraggiata, con superba civetteria, in vita, e resiste al tempo. Agnelli era orgoglioso della sua italianit��. Al Paese avr�� fatto certamente pagare qualche costo di troppo, ma era il suo Paese. La stessa cosa si pu�� dire per molti suoi epigoni o di quelli che oggi lo liquidano come un semplice profittatore del denaro pubblico? No. E ci sarebbe mai stato il boom economico italiano senza la Fiat che diede lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori? No. Mario Monti, ricordando i tanti anni trascorsi insieme, nella Trilateral, al Bilderberg, in numerose occasioni pubbliche e private, sosteneva che il volto dell’Italia nel mondo era solo quello del presidente della Fiat, ascoltato persino dai presidenti degli Stati Uniti (ovviamente mai avrebbe pensato di andarci lui, da premier, dieci anni dopo, alla Casa Bianca), ma confessava che ?avendo dato grande credito al Paese forse aveva finito per pesare troppo sulla vita italiana. Pu�� darsi che una personalit�� cos�� carismatica abbia giovato pi�� a non far perdere la fiducia della comunit�� internazionale che non a favorire l’ammodernamento dell’economia e della societ��?. Vero, e in questa frase di Monti c’�� anche, sottile, la spiegazione del perch�� sia stato dimenticato in fretta, come se la sua monarchia impropria avesse pesato per troppi anni su un Paese adorante, ma infido. Tuttavia, il vezzo di sentirsi straniero in patria non apparteneva al costume di Agnelli. Viaggiava di continuo, aveva case un po’ dappertutto, ma poi alla fine tornava a Torino. In collina. La tendenza a considerarsi apolidi nella globalit�� che affascina molti italiani di successo internazionale non rientrava nel suo codice sabaudo, rimasto ancora, al fondo, un po’ militare. Si sentiva come investito di un ruolo pubblico assai prima del riconoscimento — che pi�� lo inorgogl�� perch�� lo equiparava al nonno — di senatore a vita, avuto da Cossiga nel 1991. Il presidente emerito della Repubblica, Ciampi, ricord�� nei giorni del funerale che pochi, come lui, furono capaci di interpretare il carattere e l’identit�� nazionale. Non erano parole di circostanza. Dopo l’8 Settembre, la scelta di Agnelli e di Ciampi fu quella di difendere lo Stato nonostante la disfatta. Non si strapparono le stellette. Difesero la libert�� senza lasciare l’uniforme. ?Agnelli era fedele a una certa idea dell’Italia, credeva in un ideale risorgimentale?. L’Avvocato non lasci�� Torino negli anni del terrorismo; non vendette l’azienda quando avrebbe potuto farlo con sicura convenienza; la parte del rentier gli faceva semplicemente orrore; sentiva il peso del suo ruolo pubblico forse anche di pi�� di quello privato. Non parlava mai male del suo Paese, tanto pi�� all’estero. Era il pi�� cosmopolita degli imprenditori, con amici veri sparsi un po’ ovunque, da Henry Kissinger a Jean Luc Lagard��re, ma detestava una certa esterofilia d’accatto che tanto era in voga fra i suoi seguaci e allora scodinzolanti colleghi industriali, sudditi del ruolo e della primazia della Fiat. Era un cittadino del mondo che non dimenticava di avere un passaporto italiano, immerso totalmente nell’Italia della Prima Repubblica, la sua. La Seconda, che ha avuto come protagonista il Cavaliere (il quale confess�� di tenere la sua foto sul comodino della camera da letto) non gli apparteneva affatto. Non la capiva, la giudicava volgare e noiosa. Guardava con sospetto e sufficienza la carica dei ?berluschini?, l’emergere disordinato ma vitale dei piccoli e medi imprenditori che non riconoscevano pi�� in lui n�� il capostipite dell’industria italiana n�� il modello del successo da imitare. Il suo declino cominci�� proprio da questa clamorosa incomprensione. Un errore imperdonabile per una intelligenza reattiva come la sua e la dimostrazione che il fiuto per l’aria del tempo non �� per sempre. Passa come la giovinezza che Agnelli ha rincorso con acribia pari solo alla costanza con la quale ha inseguito le bellezze femminili in giro per il mondo. O meglio, come molte di queste hanno inseguito lui. La sua vita �� stata anche una fuga dal destino avverso che si era accanito sulla sua famiglia. Il padre Edoardo morto nel ’35 per un banale incidente con un idrovolante nel porto di Genova. Il figlio che portava lo stesso nome, suicida nel 2000 gettandosi da un viadotto sulla Torino-Savona, costruito apposta per il transito verso il mare delle bisarche con le auto prodotte a Mirafiori. La scomparsa prematura dell’erede prescelto, Giovannino, figlio di Umberto, a 37 anni nel 1997. Una catena tragica che non incresp�� la sua immagine pubblica. Il pudore gli impediva di mostrare i suoi sentimenti, ed era buona educazione piemontese e familiare non farlo. Il dolore non apparve mai sul suo volto e un velo di cinismo si trasform�� negli anni in una corazza elegante, ma impenetrabile. La grazia di cui era dotato, straordinaria, lo faceva oscillare dall’America di Scott Fitzgerald, all’Inghilterra elisabettiana, sebbene gli inglesi non gli piacessero. A Londra ci and�� poco: non lo consideravano. Era di una gentilezza regale, inarrivabile, ma assolutamente incostante. La noia era sempre in agguato, lo sguardo correva via veloce verso gli angoli delle stanze e l’interlocutore rimaneva appeso alle risposte abbozzate per le troppe domande. Il tempo era sempre troppo lungo, ma non scalfiva mai il codice della cortesia. Il senso della disciplina era forte come la voglia della sorpresa e della trasgressione. La cosa che gli piaceva di pi�� era il vento, perch�� non si pu�� acquistare, ma sulle sue tante barche ci rimaneva poco. Una crociera era improponibile. Sapeva godere dell’arte e della bellezza con competenza, ma conservando il vezzo di chiedere sempre un parere facendo finta di non averne mai maturato uno. Nella sua eterna fuga dal destino e dalla normalit��, Agnelli non ebbe mai paura della morte. Quando la malattia non gli lasci�� pi�� nessuna speranza, si conged�� quasi in punta di piedi. Chi �� troppo in scena non sa come uscirne. Una volta volle piumini moncler leggere il ?coccodrillo? (si chiamano cos�� gli articoli che i giornali preparano in caso di morte improvvisa di personaggi celebri). Lo scorse soltanto, con leggero disprezzo, per poi concludere che avrebbe vissuto a lungo solo per smentire l’autore di un ritratto troppo lusinghiero. Il Novecento �� stato il suo secolo. E lui l’ha rincorso con un leggero e perdonabile ritardo. Consegnando se stesso alla storia con l’understatement sabaudo di cui fu sublime e inimitabile interprete. 19 gennaio 2013 16:26
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